|
L'ICONA DELLA MEMORIA |
LO STORMO BIANCO trad. di Gene Immediato
Consci che siamo inermi
E' tenue la mia voce
Era geloso tenero appassionato,
Sei pensosa, amabile memoria! Mi tocca cantare arsa nel tuo fumo mentre altrui usano la viva fiamma per scaldare l'infreddolita anima.
Le mie lacrime sono necessarie per intiepidire il loro corpo sazio... Per questo, o Signore, ho cantato, per questo ho voluto l'ostia dell'amore!
Che io beva il mio veleno e diventi muta, l'esitante gloria obnubila con l'accecante oblio. (Slepnevo, 18 luglio 1914)
S'è offuscata in cielo la lacca turchina e più acuto è il canto dell'ocarina. Non c'è ragione che si lamenti tanto: è solo un gingillo vuoto d'argilla. Chi le ha parlato dei miei peccati? e perché mi perdona?... Intona i tuoi ultimi versi la voce persa. (1912)
(a V.S.Sreznevkaja)
Al posto della saggezza c'è l'esperienza, insipida bevanda senza miele, e la giovinezza è persa - come ritrovarla?- al pari di un rito domenicale. Troppe strade deserte ho camminato con chi non è stato gentile, troppi inchini ho penato per amore di colui che mi ha amata...
Sono diventata più smemorata di mille smemorati, silenziosi sono andati i miei anni: non si deve mai ridare la bocca non baciata, l'occhio al rinnegato.
Sei ancora tu! Non come l'innamorato, ma come il marito insolente e duro sei entrato nella casa e mi osservi. M'impaurii come il silenzio prima del temporale. Pretendi che ti risarcisca del tuo, il tempo e l'amore che mi hai dato. Ti ho tradito. E me lo ripeti e non ti stanchi mai di dirlo. Così il morto turba il sonno dell'omicida, così l'angelo nero attende il moribondo. Perdonami, ora. Dio insegnò il perdono. Nella febbre già mi tormento, ma lo spirito è libero nella serena morte. Ricordo soltanto il dolce giardino spoglio e i gridi delle cicogne e i campi neri... Oh, come m'era dolce il mondo con te! (Slepnevo, luglio 1916)
La Musa è partita per la strada autunnale ripida scoscesa e portava ai piedi una catena-rugiada. Lungamente l'ho pregata di aspettare l'inverno con me. Ma mi ha detto: "Qui è una tomba, come puoi ancora respirare?" Le volevo dare una colomba, la più bianca della colombaia, ma l'uccello già si era involato al segno della mia bella amica. Tacendo la seguivo con lo sguardo, l'amavo come l'unica ragione, mentre l'alba già s'annunciava come una porta del suo paese. (Carskoe Selo, 15 dicembre 1915)
Ho smesso il riso, le labbra son gelate, ad una sola speranza segue più di una canzone. Senza colpa cederò il canto al riso e alla profanazione, ché al colmo del dolore per l'anima è il silenzio d'amore. (Carskoe Selo, aprile 1915)
Volano, sono ancora in viaggio le parole-viatico dell'amore, ma sento già l'ansia del canto e più fredda del ghiaccio è la bocca. Ma dove frusciano le rade betulle, stringendosi ai balconi indifferenti, là s'intrecciano rose in rosse serti ove risuonano voci d'invisibili dei.
E viene già oltre una luce più prodiga come un vino rosso ardente... Si è bruciata la mia coscienza col rovente profumato vento. (Slepnevo, estate 1916)
Questo freddo giorno è passato nella stupenda città di Petrov! E' calato il sole come un rogo e il buio è infittito lento.
Non cederò i miei occhi profetici e immutabili, a lui darò il verso eterno, la preghiera arrogante delle labbra. (Inverno del 1913)
Imploravo: "Sazia la mia sete di poesia!" Ma l'uomo non riceve nulla dalla terra e niente si è sublimato ancora. Come fumo del sacrificio io non volo al trono della gloria, né m'innalzo, ma serpeggio ai piedi, tra l'erbe, umile, mio Dio, già prosternata: oserà il fuoco del cielo il mio ciglio serrato e la mia miracolosa mutezza? (1913)
C'è nell'intimità degli uomini un confine che né amore o passione possono osare, anche se si fondono in terribile silenzio e il cuore si spezza di desiderio.
Anche l'amicizia qui è impotente, e gli anni pieni di felicità alta infiammata, quando l'anima è libera e distratta dal lento languore della voluttà.
Pazzo è colui che vi si appresta, raggiungerlo è morire d'angoscia... Ora puoi capire perché non batte il mio cuore sotto la tua mano. (Pietroburgo, maggio 1915)
Tutto è stato sottratto: l'amore e la forza. Anche il corpo, perduto nel borgo senza amore, non è contento del sole. Non conosco l'indole della Musa gioiosa: ella mi guarda e tace mentre, spossata, piega sul mio petto la testolina nell'angusta corona. E la coscienza s'infuria da sola e terribilmente esige il massimo tributo. Col viso coperto le rispondevo... Non ho più lacrime né giustificazioni. (Sebastopoli, autunno 1916)
Per noi perdere la freschezza delle parole e il moto puro dei sentimenti è ciò che rende l'arte al pittore o la voce e il gesto per l'attore o la bellezza per la donna bella? Ora non tentare di serbare per te ciò che il cielo ti ha dato: siamo destinati - e ben lo sappiamo- a elargire, non ad accumulare. Và, guarisci i ciechi, conoscerai nel dubbio oscuro la maligna risata degli emuli e l'indifferenza della moltitudine. (Slepnevo, 23 luglio 1915)
Risposta.
a V.A.Komarovskij
Che strane parole mi ha recato il quieto giorno d'aprile! Sapevi che in me era viva ancora la terribile settimana di passione. Non udivo campane che ruotano nel limpido azzurro. Per giorni ora echeggiava un riso di rame, ora fluiva un pianto argentino. Ma io, coprendomi il viso, come prima di un ultimo addio giacevo in attesa di ciò che ancora non era chiamato tormento. (Carskoe Selo, primavera 1914)
La mia culla beata fu un'oscura città, presso un temibile fiume, e il maestoso letto su cui posavano corone i tuoi graziosi putti, città amata d'un amore amaro. Sei stata il sale delle mie suppliche, tu, bella tranquilla nebbiosa. Lì si è mostrato il mio innamorato segnandomi la via luminosa, e la mia triste Musa là mi ha condotta come un'ebbra bendata. (1914)
9 dicembre del 1913
I giorni più bui dell'anno debbono diventare chiari. Sono tenere le labbra e non trovo parole che l'eguaglino. Solamente non osare in alto lo sguardo, conservami in vita: li hai più luminosi delle primeviole, e mi sono mortali. Ho finalmente capito che non serve tentare parole, i rami innevati son leggeri... Ho già disteso reti di uccellatori sulla riva del fiume. (1915)
Come puoi guardare la Neva? come puoi tentare i ponti?... Mi dicono che sono triste da quando tu sei apparso. Gli angeli neri hanno aguzze ali; presto ci sarà l'ultimo giudizio e i falò di lamponi come rose crescono sulla neve. (1914)
Sotto il tetto dell'isba non canto i pallidi giorni, leggo le lettere degli apostoli, leggo le parole del salmista. Ma le stelle si fanno azzurre e la brina vellutata sfarina, ogni incontro è una rivelazione: nel libro la rossa foglia d'acero è posta nel Cantico dei Cantici. (Inverno 1915)
Mi sei accanto da un anno intero e come prima sei giovane e ridente! Possibile che non ti stanchi il canto inquieto delle corde smosse? Quelle corde che tese vibravano ed ora gemono leggere, mentre la mia mano esile di cera le tormenta senza scopo? Davvero occorre poco per la gioia a chi ama d 'amore tenero e luminoso, poiché non gli toccano la bella fronte né gelosia collera risentimento. Egli sta silenzioso e non chiede carezze, lungamente mi guarda estasiato e con sorriso beato sopporta del mio deliquio il terribile vaneggiamento. (Slepnevo, primavera 1915)
La città si è come oscurata al mio approdo inusitato. Vladimir ha issato una croce bluastra sul suo fiume, a sentinella. I tigli fruscianti e gli olmi sono oscuri lungo i giardini, verso Dio volano stelle come diamanti spinosi. Qui finisce la mia via gloriosa e tormentata; e con me tu solo rimani, simile a me, specchio del mio amore. (Estate 1914)
La segreta primavera si è illanguidita, l'invisibile vento è corso ai monti e il lago è un profondo azzurro: il tabernacolo del battezzatore. Tu temevi impaurito il primo incontro, mentre io già pregavo per il secondo. E oggi è di nuovo una serata afosa: il sole si è riaccostato al monte... Tu non sei con me, ma non è un distacco: ogni attimo per me è un solenne richiamo. So bene del tuo tormento: ora non puoi pronunciar parole. (Pietroburgo, primavera 1917)
Distacco.
Ho davanti la via isoscele della sera. Già ieri, innamorato, supplicava: "Non dimenticarmi". E adesso solamente i venti e i gridi dei pastori e i cedri agitati sopra fresche fontane. (Pietroburgo, primavera 1914)
Il viale della marina è fosco, gialli e puri sono i fanali. Sto tranquilla. Solo bisogna che non oda parole di lui. Mi sei caro e fedele, saremo amici... passeggeremo, ci ameremo, invecchieremo Le lune leggere passeranno alte come stelle di neve. (Marzo 1914)
Non stiamo in un bosco, basta un richiamo: non amo beffe siffatte... Perché non vieni a cullare la mia coscienza offesa? Hai altre preoccupazioni, c'è l'altra moglie... Negli occhi asciutti mi guarda la primavera pietroburghese. Prodiga d'affanno mi ucciderà la tosse. Sulla Neva già comincia il disgelo con la manina languida del Vapore. (Primavera 1914)
Il Signore è inclemente con i mietitori e con gli ortolani. Tinnando cadono oblique piogge e i larghi mantelli d'acque son screziati, spezzati sono gli specchi del cielo riflesso.
Nel regno sommerso vi sono prati e campi e zampilli liberi cantano tranquilli, e sui rami ingrossati scoppiano i prugni, marciscono lente le calpestate erbe.
E attraverso la ragna acquosa io vedo il tuo caro volto, il parco silenzioso il chiosco cinese il tondo terrazzo dinanzi alla casa. (Carskoe Selo, estate 1915)
Tutto era una sua promessa attesa: il riflesso di minio del cielo, la veglia dormiente del Natale, il fragoroso vento pasquale, la traccia pervinca della vite, le cascate immote del parco, perfino due grandi libellule sulla rugginosa ghisa del recinto.
E non potevo non credere che mi seguisse accanto, mentre andavo per i monti scoscesi lungo uno scottante sentiero di pietra. (Sebastopoli, autunno 1916)
Come una fidanzata ricevo una lettera ogni sera; a notte fonda rispondo all'amico. - "Sono ospite della bianca morte nel buio della Stradario tenero amico, nella vita non nuocere a nessuna creatura". C'è una grande stella tra due steli che già promette un evento. (Hjuvinkka, ottobre 1915)
Angelo di Dio, che un mattino d'inverno in segreto ci hai fidanzati, allontana lo sguardo dei gelosi dalla nostra vita rasserenata!
Per questo noi amiamo il cielo e l'aria fine, il vento ondoso e i rami che anneriscono oltre la balaustra di ghisa.
Per questo amiamo la città scura, profumata d'acqua, e le nostre rese e le ore dei nostri incontri rapidi e inattesi. (Inverno 1914)
In qualche luogo c'è una vita semplice e un mondo tiepido, trasparente e gaio...Là, verso sera, il vicino parla alla fanciulla attraverso lo steccato e le api testimoni odono la più tenera tra le conversazioni.
La nostra invece è solenne e intricata e amiamo i riti dei nostri amari incontri quando il vento d'improvviso ci tronca il colloquio appena iniziato.
Ma con niente scambieremo la sfarzosa fortezza della gloria e della sventura e gli splendenti ghiacci dei larghi fiumi e la voce appena udibile della Musa. (Slepnevo, 23 giugno 1915)
|