home        

                        L'ICONA DELLA MEMORIA

Della prima poesia achmatoviana - ma con un segno critico esteso alla totalità della produzione lirica - Sklovskij diede un giudizio sbrigativo e sintetico: " E' come una lama di luce in una stanza buia " quasi a sottolineare l'esiguità del racconto poetico, pur caratterizzandone l'intensità espressiva ed emotiva e riconoscendo all'Achmatova una felice disposizione verbale, tesa a raccontare la propria natura femminile attraverso l'incastro di  illuminazioni repentine e rivelatrici. Della poesia successiva al periodo bellico e alla condanna zdanoviana la critica ufficiale mantiene un cauto riserbo, mentre gli slavisti più accreditati, francesi e tedeschi, tentano di uscire dalle secche del giudizio ideologico per tentare di comprendere, al di là della riconosciuta evoluzione tecnica ed espressiva, la validità di una poesia che attraversa ininterrottamente oltre mezzo secolo di storia letteraria.
La puttana e la suora - così come la definì Zdanov, ritagliando per l'Achmatova un'espressione altrove elogiativa da parte di Ejchembaum - non poteva non influire sui critici più ortodossi e tenerli come sospesi a mezz'aria, in attesa che il barometro variasse sull'indice della densità dell'aria e consentisse un giudizio più prossimo alla vera pressione e all'umidità di questa poesia; anzi la vera ' densità 'della poesia achmatoviana va ricercata nella sua apparente fragilità, che le permette di arrivare fino ai nostri giorni senza la diluizione del tempo e delle ideologie, politiche e poetiche.

Blok, Majakovskij, Pasternak sembrano anch'essi irrimediabilmente sospesi, fotografati, in senso barthesiano, in quella striscia di tempo che taglia violentemente gli anni intorno al '17: Blok, l'infante angelizzato, che canta la sua follìa nascosta sulla luna-Pietroburgo, nel sogno mistico e amoroso di una realtà che è solo desiderio di stravivere; Pasternak che vive le lacerazioni del possibile, lo spirabile lumen virgiliano che tenta le illuminazioni del continuo dalle finestre di un moralismo appartato e titubante, misto di estetismo e di delicata passione, fino ad apparire, insensibilmente da sé, quel che si dice " un cattivo soggetto politico ". E Majakovskij, che ironizza "sui riccioluti versi" dei Severianin, o quelli stucchevoli dei Dorònin, non è egli stesso sospeso in una nube dalla quale urlare lo sberleffo dell'Uomo Nuovo ai benpensanti denigratori della poesia e dell'arte? Questa non è un'antologia, né un appiglio per superare quel metro di marmo liscio che i muratori mettono ai muri esterni delle case per impedire l'arrampicata delle lucertole: è per significare che esistono logiche poetiche come esistono tulipani gialli e rossi; oltre la parola poetica tutto è consentito, anche l'immortalità. Come Pasternak anche Anna Achmatova è l'unico poeta che abbia scritto prima e dopo la rivoluzione di Ottobre: la prima poesia racconta sempre una privata vicenda, con toni colloquiali, ravvivata da interrogativi retorici che hanno lo scopo di attirare l'attenzione del lettore, più che riversare, sull'imprecisato interlocutore, il peso della estenuazione poetica. Esse appaiono costruite come piccole missive all'innamorato - a volte sconosciuto che sembra desiderato - così che il tono comunicativo è teso più alla rappresentazione di un'intima necessità di confessione che ad esigere la partecipazione al privato. Ma le sensazioni del quotidiano femminile, i quadri iconici dello scenario amoroso, i piccoli trasalimenti al cospetto di una natura ordinata ma mutevole - secondo l'occhio che la riporta all'intimità della suggestione poetica - tutto questo corredo minimo, minimale, è modellato e adagiato su un angolo di cristallizzazione privilegiato: il sentimento.

L'ordito dei versi e la mediazione della recita colloquiale, tra un offerente io e un ricevente tu, sospesi e lievitanti in un parco, in una stanza, in un campo arato, sono l'occasione per identificazioni e sostituzioni nel gioco delle parti possibili: un riconoscersi accessibile e privilegiato per una privata gestione della passione amorosa e del ruolo femminile.

Il cielo, i fiumi - la Nevà e il Dniepr - i campi, le case, i campanili non sono mai coinvolti direttamente ma diventano un referente essenziale per giustificare il mutamento del gioco verbale, a similitudine del gioco di intreccio dei sentimenti. Natura e parole non debordano mai nell'economia della strofa, ma reagiscono induttivamente sul poeta, il quale si riserva di utilizzarli, nominandoli, affinché l'io non sia anch'esso soverchiante ma rimedi per congiungere il tutto poetico in una chiusa illuminante, attraverso il dominio di un'unica frase chiarificatrice, la quale è incaricata di ristabilire un'assenza di gerarchia, di chiudere in cornice la scena e i suoi vaganti elementi.

L'Achmatova usa presentarsi quasi umile, direi volutamente dimessa, con incominciamenti descrittivi di una levità come si ritrova in certa poesia orientale - e penso alla poesia cinese T'ang - che la poetessa dovette conoscere attraverso la mediazione di Gubilëv, dove lo scenario di cose e animali, sempre mobili, per contrastare la fissità contemplativa del poeta, sono un gioco di segni, monemi o crittografie che riempiono la pagina del taffettà lirico senza disturbare la leggerezza e la trasparenza della costruzione verbale. Come l'Edipo dell'enigma il poeta entra in scena dopo interrogativi per dichiarare il ruolo risolutore, che non è fisico ma psicologico: le situazioni risultano sempre compiute e l'emozione che le alimentava quasi appagate nell'estenuazione profonda del sentimento, così che il lettore non è mai assillato e coinvolto con violenza ma riceve dal poeta il senso di un rassicurante dominio emotivo dopo lo sforzo di memore riflessività. L'ostinata cronologia e l'esatta geografia degli episodi poetici non vogliono marcare la nostalgia di un diario intimo e adolescenziale, ma sottendono, mi pare, ad un'operazione di riconoscimento essenziale che punta ad esorcizzare la memoria collettiva dei tempi e dei luoghi: è il tentativo di riconoscersi e ritrovarsi attraverso una segreta accumulazione di sé, come i grani del rosario di Ciotki o dello stormo di uccelli-versi, o i fiori della piantaggine. Contro il Tempo, contro gli innumerevoli Zdanov di tutti i giorni, contro la sconfessione dell'ultima ora Anna Achmatova ribadisce il ruolo privilegiato del poeta con la caparbietà che sa vestirsi del dimesso e del nicevò, che infine sottolinea il sottile raziocinio dello spirito russo di fronte all'inevitabilità della Storia.

Nella poesia russa contemporanea L'Achmatova si situa come un'icona della memoria, sacra e blasfema insieme, con la presunzione dei suoi ori e la povertà delle lacche colorate, su una nuda parete azzurra, come sulla tela di Modigliani.
( Lo stormo bianco - trad. di Gene Immediato - San Paolo, Milano 1992)
 

 

Note del traduttore

Intrusioni e doppiaggi potrebbe essere il sottotitolo al lavoro di traduzione de Lo stormo bianco: la traduzione, in genere, non riesce mai a rendere il piano del significante, mentre è più agevole, almeno in quasi tutte le operazioni di voltura, rendere intatto il piano del significato. Con queste limitazioni, difficilmente superabili, - quando non si voglia produrre esclusivamente un lavoro di antologia scolastica - mi è sembrato opportuno, con grande orrore, immagino, degli specialisti, modificare in parte la sequenza sintattica delle composizioni, enucleare il seme semantico che regge il verso e, con deplezioni e sovrapposizioni, 'rifare il verso' all'Achmatova.

La perdita parziale del tono colloquiale, suggestivo nel verso originale russo per la cadenza delle rime, la mancanza, inoltre, di un rifacimento ritmico non debbono apparire come una dissennatezza, ma costituisce l'unica scrittura consentita in casi simili, cioè quando si vuole tradurre un verso e si è costretti a trascriverlo immediatamente per evitare che rimanga a galleggiare nell'astuta memoria per originali e future appropriazioni.

 

Lo stormo bianco è stato tradotto dal volume Poesie e poemi di Anna Achmatova, edito a Leningrado nel 1977 dall'Unione degli Scrittori Sovietici.



























 LO STORMO BIANCO

trad. di Gene Immediato

Consci che siamo inermi
e nulla possediamo,
che ogni cosa è persa
- così che ogni giorno
è anniversario di memoria-
sulla nostra passata ricchezza
e sulla grande munifica dea
abbiamo iniziato a comporre
canzoni.
(1915)
Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell'Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.
                      (Carskoe Selo, 27 febbraio 1915)
Tante pietre mi hanno lanciato
che più nessuna mi fa paura, ormai:
sto in-difesa tra alte torri
in una torre sicura e snella.
Dico grazie ai suoi costruttori:
non si diano pena, né preoccupazione.
Da qui annuncio l'alba in anticipo
e il trionfo dell'ultimo sole:
dalle finestre entrano i venti del nord
e la marina e un colombo prende
il grano dalle mie mani...
Divinamente tranquilla e leggera
la mano scura della Musa rinchiude
l'incompiuta pagina dei versi.
                      (Slepnevo, 6 giugno 1914)
Dapprima brucipunge
come un venticello gelato,
poi nel cuore cade
come una lacrima salata.
E l'anima ignara sarà triste
di qualcosa, si rammaricherà
della leggera mestizia
e non la scorderà giammai.
Io semino soltanto. Altri
verranno a raccogliere, è certo!
Benedici, o Signore,
il sentiero delle giubilanti mietitrici.
Per ringraziarti ho osato oltre misura,
vorrei dare al mondo più dell'imperituro amore.
                        (Slepnevo, 1916)

E' tenue la mia voce
ma la volontà non s'indebolisce,
mi è facile perfino vivere senza amore.
Il cielo è alto, sento la tramontana
e sono puri i miei pensieri.
La vigile infermiera è passata oltre
e non si rattrista stare in cenere,
né mi appare mortale la curva lancetta
scoccata dall'orologio della torre.
Come il passato perde potere sul cuore!
Presto sarò libera. Tutto perdono
mentre rincorro l'altalenante luce
tra l'edera umida e primaverile.
                            (Primavera del 1912)

 Era geloso tenero  appassionato,
mi amava come un sole divino,
ma perché non cantasse il passato
ha ucciso il mio uccello alburnino.
Entrando nella stanza al tramonto
-"Amami - disse - ridi, scrivi versi!"
E ho seppellito l'allegro uccello
oltre il pozzo tondo, al vecchio ontano.
Ho promesso che non avrei pianto,
ma il cuore mi è diventato di pietra
e ovunque mi sembra di udire
la sua dolce canzone.
                         (Autunno del 1914)

 

Sei pensosa, amabile memoria!

Mi tocca cantare arsa nel tuo fumo

mentre altrui usano la viva fiamma

per scaldare l'infreddolita anima.

 

Le mie lacrime sono necessarie

per intiepidire il loro corpo sazio...

Per questo, o Signore, ho cantato,

per questo ho voluto l'ostia dell'amore!

 

Che io beva il mio veleno

e diventi muta, l'esitante gloria

obnubila con l'accecante oblio.

                            (Slepnevo, 18 luglio 1914)

 


 

S'è offuscata in cielo la lacca turchina

e più acuto è il canto dell'ocarina.

Non c'è ragione che si lamenti tanto:

è solo un gingillo vuoto d'argilla.

Chi le ha parlato dei miei peccati?

e perché mi perdona?...

Intona i tuoi ultimi versi

la voce persa.

                                 (1912)

 


 

                        (a V.S.Sreznevkaja)

 

Al posto della saggezza c'è l'esperienza,

insipida bevanda senza miele,

e la giovinezza è persa - come ritrovarla?-

al pari di un rito domenicale.

Troppe strade deserte ho camminato

con chi non è stato gentile,

troppi inchini ho penato per amore

di colui che mi ha amata...

 

Sono diventata più smemorata

di mille smemorati,

silenziosi sono andati i miei anni:

non si deve mai ridare

la bocca non baciata, l'occhio al rinnegato.

 


 

Sei ancora tu! Non come l'innamorato,

ma come il marito insolente e duro

sei entrato nella casa e mi osservi.

M'impaurii come il silenzio

prima del temporale.

Pretendi che ti risarcisca del tuo,

il tempo e l'amore che mi hai dato.

Ti ho tradito. E me lo ripeti

e non ti stanchi mai di dirlo.

Così il morto turba il sonno dell'omicida,

così l'angelo nero attende il moribondo.

Perdonami, ora. Dio insegnò il perdono.

Nella febbre già mi tormento, ma lo spirito

è libero nella serena morte.

Ricordo soltanto il dolce giardino spoglio

e i gridi delle cicogne e i campi neri...

Oh, come m'era dolce il mondo con te!

                              (Slepnevo, luglio 1916)

 


 

La Musa è partita per la strada

autunnale ripida scoscesa

e portava ai piedi una catena-rugiada.

Lungamente l'ho pregata

di aspettare l'inverno con me.

Ma mi ha detto: "Qui è una tomba,

come puoi ancora respirare?"

Le volevo dare una colomba,

la più bianca della colombaia,

ma l'uccello già si era involato

al segno della mia bella amica.

Tacendo la seguivo con lo sguardo,

l'amavo come l'unica ragione,

mentre l'alba già s'annunciava

come una porta del suo paese.

                           (Carskoe Selo, 15 dicembre 1915)

 


 

Ho smesso il riso,

le labbra son gelate,

ad una sola speranza

segue più di una canzone.

Senza colpa cederò il canto

al riso e alla profanazione,

ché al colmo del dolore

per l'anima è il silenzio

d'amore.

                              (Carskoe Selo, aprile 1915)

 


 

Volano, sono ancora in viaggio

le parole-viatico dell'amore,

ma sento già l'ansia del canto

e più fredda del ghiaccio è la bocca.

Ma dove frusciano le rade betulle,

stringendosi ai balconi indifferenti,

là s'intrecciano rose in rosse serti

ove risuonano voci d'invisibili dei.

 

E viene già oltre una luce più prodiga

come un vino rosso ardente...

Si è bruciata la mia coscienza

col rovente profumato vento.

                         (Slepnevo, estate 1916)

 


 

Questo freddo giorno è passato

nella stupenda città di Petrov!

E' calato il sole come un rogo

e il buio è infittito lento.

 

Non cederò i miei occhi

profetici e immutabili,

a lui darò il verso eterno,

la preghiera arrogante delle labbra.

                             (Inverno del 1913)

 

 


 

Imploravo: "Sazia la mia sete di poesia!"

Ma l'uomo non riceve nulla dalla terra

e niente si è sublimato ancora.

Come fumo del sacrificio io non volo

al trono della gloria, né m'innalzo,

ma serpeggio ai piedi, tra l'erbe,

umile, mio Dio, già prosternata:

oserà il fuoco del cielo

il mio ciglio serrato

e la mia miracolosa mutezza?

                               (1913)

 


 

C'è nell'intimità degli uomini un confine

che né amore o passione possono osare,

anche se si fondono in terribile silenzio

e il cuore si spezza di desiderio.

 

Anche l'amicizia qui è impotente, e gli anni

pieni di felicità alta infiammata,

quando l'anima è libera e distratta

dal lento languore della voluttà.

 

Pazzo è colui che vi si appresta,

raggiungerlo è morire d'angoscia...

Ora puoi capire perché non batte

il mio cuore sotto la tua mano.

                              (Pietroburgo, maggio 1915)

 


 

Tutto è stato sottratto: l'amore e la forza.

Anche il corpo, perduto nel borgo senza amore,

non è contento del sole.

Non conosco l'indole della Musa gioiosa:

ella mi guarda e tace

mentre, spossata, piega sul mio petto

la testolina nell'angusta corona.

E la coscienza s'infuria da sola

e terribilmente esige il massimo tributo.

Col viso coperto le rispondevo...

Non ho più lacrime né giustificazioni.

                                    (Sebastopoli, autunno 1916)

 


 

Per noi

perdere la freschezza delle parole

e il moto puro dei sentimenti

è ciò che rende l'arte al pittore

o la voce e il gesto per l'attore

o la bellezza per la donna bella?

Ora non tentare di serbare per te

ciò che il cielo ti ha dato:

siamo destinati  - e ben lo sappiamo-

a elargire, non ad accumulare.

Và, guarisci i ciechi,

conoscerai nel dubbio oscuro

la maligna risata degli emuli

e l'indifferenza della moltitudine.

                           (Slepnevo, 23 luglio 1915)

 


 

           Risposta.      

                  

                              a V.A.Komarovskij

 

Che strane parole mi ha recato

il quieto giorno d'aprile!

Sapevi che in me era viva ancora

la terribile settimana di passione.

Non udivo campane che ruotano

nel limpido azzurro.

Per giorni ora echeggiava un riso di rame,

ora fluiva un pianto argentino.

Ma io, coprendomi il viso,

come prima di un ultimo addio

giacevo in attesa di ciò che ancora

non era chiamato tormento.

                             (Carskoe Selo, primavera 1914)

 


 

La mia culla beata fu un'oscura

città, presso un temibile fiume,

e il maestoso letto su cui posavano

corone i tuoi graziosi putti,

città amata d'un amore amaro.

Sei stata il sale delle mie suppliche,

tu, bella tranquilla nebbiosa.

Lì si è mostrato il mio innamorato

segnandomi la via luminosa,

e la mia triste Musa là

mi ha condotta come un'ebbra bendata.

                                    (1914)

 


 

     9 dicembre del 1913

 

I giorni più bui dell'anno

debbono diventare chiari.

Sono tenere le labbra

e non trovo parole che l'eguaglino.

Solamente non osare in alto lo sguardo,

conservami in vita:

li hai più luminosi delle primeviole,

e mi sono mortali.

Ho finalmente capito che non serve

tentare parole, i rami innevati son leggeri...

Ho già disteso reti di uccellatori

sulla riva del fiume.

                                   (1915)

 


 

Come puoi guardare la Neva?

come puoi tentare i ponti?...

Mi dicono che sono triste

da quando tu sei apparso.

Gli angeli neri hanno aguzze ali;

presto ci sarà l'ultimo giudizio

e i falò di lamponi

come rose crescono sulla neve.

                                  (1914)

 


 

Sotto il tetto dell'isba

non canto i pallidi giorni,

leggo le lettere degli apostoli,

leggo le parole del salmista.

Ma le stelle si fanno azzurre

e la brina vellutata sfarina,

ogni incontro è una rivelazione:

nel libro la rossa foglia d'acero

è posta nel Cantico dei Cantici.

                                   (Inverno 1915)

 


 

Mi sei accanto da un anno intero

e come prima sei giovane e ridente!

Possibile che non ti stanchi

il canto inquieto delle corde smosse?

Quelle corde che tese vibravano

ed ora gemono leggere,

mentre la mia mano esile di cera

le tormenta senza scopo?

Davvero occorre poco per la gioia

a chi ama d 'amore tenero e luminoso,

poiché non gli toccano la bella fronte

né gelosia collera risentimento.

Egli sta silenzioso e non chiede carezze,

lungamente mi guarda estasiato

e con sorriso beato sopporta del mio deliquio

il terribile vaneggiamento.

                              (Slepnevo, primavera 1915)

 


 

La città si è come oscurata

al mio approdo inusitato.

Vladimir ha issato una croce bluastra

sul suo fiume, a sentinella.

I tigli fruscianti e gli olmi

sono oscuri lungo i giardini,

verso Dio volano stelle

come diamanti spinosi.

Qui finisce la mia via

gloriosa e tormentata;

e con me tu solo rimani,

simile a me, specchio del mio amore.

                             (Estate 1914)

 


 

La segreta primavera si è illanguidita,

l'invisibile vento è corso ai monti

e il lago è un profondo azzurro:

il tabernacolo del battezzatore.

Tu temevi impaurito il primo incontro,

mentre io già pregavo per il secondo.

E oggi è di nuovo una serata afosa:

il sole si è riaccostato al monte...

Tu non sei con me, ma non è un distacco:

ogni attimo per me è un solenne richiamo.

So bene del tuo tormento:

ora non puoi pronunciar parole.

                                (Pietroburgo, primavera 1917)

 


 

        Distacco.

 

Ho davanti la via isoscele

della sera.

Già ieri, innamorato,

supplicava: "Non dimenticarmi".

E adesso solamente i venti

e i gridi dei pastori

e i cedri agitati

sopra fresche fontane.

                                (Pietroburgo,  primavera 1914)

 


 

Il viale della marina è fosco,

gialli e puri sono i fanali.

Sto tranquilla. Solo bisogna

che non oda parole di lui.

Mi sei caro e fedele, saremo amici...

passeggeremo, ci ameremo, invecchieremo

Le lune leggere passeranno alte

come stelle di neve.

                                   (Marzo 1914)

 


 

Non stiamo in un bosco,

basta un richiamo:

non amo beffe siffatte...

Perché non vieni a cullare

la mia coscienza offesa?

Hai altre preoccupazioni,

c'è l'altra moglie...

Negli occhi asciutti mi guarda

la primavera pietroburghese.

Prodiga d'affanno mi ucciderà la tosse.

Sulla Neva già comincia il disgelo

con la manina languida del Vapore.

                                    (Primavera 1914)

 


 

Il Signore è inclemente con i mietitori

e con gli ortolani.

Tinnando cadono oblique piogge

e i larghi mantelli d'acque son screziati,

spezzati sono gli specchi del cielo riflesso.

 

Nel regno sommerso vi sono prati e campi

e zampilli liberi cantano tranquilli,

e sui rami ingrossati scoppiano i prugni,

marciscono lente le calpestate erbe.

 

E attraverso la ragna acquosa

io vedo il tuo caro volto,

il parco silenzioso il chiosco cinese

il tondo terrazzo dinanzi alla casa.

                             (Carskoe Selo, estate 1915)

 


 

Tutto era una sua promessa attesa:

il riflesso di minio del cielo,

la veglia dormiente del Natale,

il fragoroso vento pasquale,

la traccia pervinca della vite,

le cascate immote del parco,

perfino due grandi libellule

sulla rugginosa ghisa del recinto.

 

E non potevo non credere

che mi seguisse accanto,

mentre andavo per i monti scoscesi

lungo uno scottante sentiero di pietra.

                                 (Sebastopoli,  autunno 1916)

 


 

Come una fidanzata ricevo

una lettera ogni sera;

a notte fonda rispondo

all'amico.

- "Sono ospite della bianca morte

nel buio della Stradario tenero amico,

nella vita non nuocere

a nessuna creatura".

C'è una grande stella

tra due steli

che già promette un evento.

                                 (Hjuvinkka, ottobre 1915)

 


 

Angelo di Dio, che un mattino d'inverno

in segreto ci hai fidanzati,

allontana lo sguardo dei gelosi

dalla nostra vita rasserenata!

 

Per questo noi amiamo il cielo

e l'aria fine, il vento ondoso

e i rami che anneriscono

oltre la balaustra di ghisa.

 

Per questo amiamo la città scura,

profumata d'acqua, e le nostre rese

e le ore dei nostri incontri

rapidi e inattesi.

                                        (Inverno 1914)

 


 

In qualche luogo c'è una vita semplice

e un mondo tiepido, trasparente e gaio...Là,

verso sera, il vicino parla alla fanciulla

attraverso lo steccato e le api

testimoni odono la più tenera

tra le conversazioni.

 

La nostra invece è solenne e intricata

e amiamo i riti dei nostri amari incontri

quando il vento d'improvviso ci tronca

il colloquio appena iniziato.

 

Ma con niente scambieremo la sfarzosa

fortezza della gloria e della sventura

e gli splendenti ghiacci dei larghi fiumi

e la voce appena udibile della Musa.

                               (Slepnevo,  23 giugno 1915)